Intervista a Chiara di Genova

Oggi non parleremo di curiosità o novità, da oggi, una volta al mese, lasceremo la parola ad una di voi per scoprire come sia nata la vostra passione per il cucito e il settore della sartoria, come la creatività abbia preso il sopravvento su di lei come su tutte noi…
Oggi daremo spazio a confronto, consigli e opinioni.

Ecco a voi Chiara di Genova!

Quando è iniziata la tua passione?

La passione da adulta, anche se ho imparato a cucire in braccio a mio papà, sarto, ma ufficialmente postelegrafonico che assemblava e riparava i gruppi Morse, insomma lui “pedalava”, io guidavo la stoffa.

Era la seconda metà degli anni 60 e sembra che io parli di un’Italia ancora in bianco e nero anche se a Novara, dove sono nata, la nebbia che per me sa di famiglia e poesie in dialetto rendeva tutto un po’ bigio. Ai colori ci hanno pensato i nonni genovesi, che mi tenevano con sé al mare a Cogoleto per tutte le vacanze estive e dove, al mercato del giovedì, ho scelto le mie prime stoffe perché io, bimbetta, vestivo solo su misura.

Quando papà si è rifiutato di farsi schiavizzare dalla sua cliente più tirannica ed esigente ho dovuto fare di necessità virtù e ho cominciato a cucirmi gli abiti da sola. Non ho più smesso, anche perché, malgrado per amore della mia famiglia abbia studiato dieci interminabili anni di pianoforte, annessi e connessi e mi sia laureata in lettere classiche (quello sì che è stato un piacere!) sono sarta inside e ho voluto tenacemente che questo diventasse il mio lavoro, anche quando la reazione alla mia risposta non era un rapito “ohhh”, ma un secco “ah”, o un filino meno peggio, “eh?!”.

Cosa hai imparato durante questi anni di cucito?

Parafrasando Arthur Clarke, che l’unico modo di scoprire i propri limiti è oltrepassarli. Parallelamente, quanto sia liberatorio e privo di conseguenza far volare per tutta la sartoria un lavoro che pare seriamente smentire l’aforisma di cui sopra.

A cosa ti ispiri mentre crei?

So che è una risposta particolare, ma alla scuola danese di balletto: i miei capi devono trasmettere leggerezza, regalando gioia e benessere ogni volta che vengono indossati ed essere supportati dalla tecnica più rigorosa, imparata, coltivata e studiata con passione.

Usi cartamodelli?

Sì, per me la modellistica è complicata perché sono discalculica, quindi faccio molta fatica a gestire i calcoli per disegnarli da sola. Ho eseguito un corso di un anno a Genova, dove vivo attualmente, che grazie ad un’insegnante e ad un metodo eccezionali, mi ha comunque dato abbastanza sicurezza da poter intervenire su quelli proposti dalle riviste di settore come pure dai disegnatori indipendenti.

Che consiglio puoi dare?

 Keep calm, pensaci e riprova!

La musica mi ha insegnato che la memoria meccanica spesso è inaffidabile, quindi cucio prima di tutto con la testa oltre che “nella” testa (sguardo vitreo, perso oltre l’orizzonte, espressione assente… si sto “cucendo”) e mi annoto tutto quello che mi viene in mente riguardo un progetto. Lo trovo utilissimo.

Quanto al resto, la mia amica di scuola Roby, mamma di una scatenata ragazza atleta paralimpica, riassume quello che è anche il mio pensiero in generale e in particolare sul cucito, in #vietatodirenoncelafaccio, sante parole!

Io, però, la leggerezza di una spolverata di zucchero a velo ce la aggiungerei: siamo sarte, in fin dei conti possiamo sempre scucire!


Ecco qualche altra creazione di Chiara:

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